Il Parco

6 dicembre 2016 Capitolo 2, Romanzo Commenti (0) 175

Abbiamo seguito Ludovic per almeno altri dieci minuti e siamo arrivati nei pressi di un grande parco.

La Lamborghini si è accostata in un parcheggio. Ludovic sta scendendo.

Si è cambiato i vestiti dentro l’auto. In albergo era più elegante, mentre adesso è vestito in modo più casual, con jeans e felpa e con un cappello indossato all’indietro. Sembra lo stesso stile del cugino.

Perché si è cambiato? Forse non vuole dare troppo nell’occhio: ma che cosa sta per fare di così segreto?

“Joe, accosta! Scendo anch’io e lo seguo a piedi. Stai nei paraggi!”.

Scendo e prendo con me lo zainetto con la mia macchina fotografica. Forse qui avrò tempo e occasione di scattare qualche foto interessante.

Ludovic si sta addentrando in un sentiero interno. Si guarda intorno guardingo, ma sono molto distante e non riesce a notarmi in mezzo a decine di persone che affollano il parco.

Dove stai andando Ludovic? Che cosa cerchi in questo parco? Forse è qui che Ludovic incontra quelle persone che gli hanno fornito le pillole di cui parlava Roland?

Eppure non mi sembra una zona malfamata, anzi ci sono diverse mamme con i loro bambini. Tra l’altro è ancora mattina e questa non è affatto l’ora ideale per certi loschi soggetti e lavori…

Dove stai andando Ludovic? Che cosa cerchi in questo parco?

Ecco, come non detto: un uomo anziano in bicicletta di fronte a me sembra piuttosto alticcio e canta a squarciagola qualche incomprensibile canzone.

La bicicletta barcolla e una mamma sposta improvvisamente il proprio piccolo dalla strada per evitare che finisca investito. Devo spostarmi anch’io. L’uomo si sta avvicinando e comincia a ridere. Perde il controllo della bici, scivolando quasi addosso a me, ma con un salto riesco ad evitare di essere colpito.

Il vecchio continua a ridere guardandomi mentre resta per terra, con il viso sfregiato e sanguinante.

Puzza fortemente di birra.

Torno sui miei passi e scopro che Ludovic non è più davanti a me. L’ho perso di vista.

Dannazione! Era lì fino a pochi secondi fa, non può essersi cacciato molto lontano.

Ci sono diversi bivi nei sentieri davanti a me. Non so quale abbia seguito.

Mi guardo attorno, da tutti i lati, cercando di trovarlo, in mezzo a tante altre persone. C’è chi corre, chi porta a spasso il cane, chi passeggia a piedi o in bicicletta.

Eccolo! Ha preso il primo bivio a destra. Devo accelerare il passo per raggiungerlo e per non perderlo di nuovo. Sta per arrivare in una zona fitta di alberi e cespugli.

Poi incontra qualcuno e si ferma a parlare. È il momento giusto: estraggo la macchina fotografica dallo zainetto in modo furtivo e la tengo nascosta dietro la schiena. Sono pronto.

La persona con cui sta parlando Ludovic è un giovane in divisa sportiva, che porta con sé un cane al guinzaglio. Il giovane passa subito il guinzaglio a Ludovic.

Cerco di avvicinarmi il più possibile per sentire quello che si dicono.

Sento la voce di Ludovic per la prima volta dal vivo: “E adesso sta meglio?”.

Il giovane gli risponde: “Sta molto meglio. Se dovesse avere delle ricadute, chiamami!”.

“Grazie Bill! Buona corsa allora. Dai Lucky, andiamo!”.

Lucky è il pitbull di Ludovic e a quanto pare il giovane in divisa è il suo veterinario. Questo significa niente spacciatore, niente pillole, niente colpo di scena per ora: solo un cane.

Ludovic riprende la sua camminata e così anche il giovane veterinario. Io rimetto velocemente la macchina fotografica nello zainetto e torno a seguirlo.

Dopo un po’, Ludovic tira fuori il cellulare e sembra preso a scrivere un messaggio o qualcosa di simile. A un certo punto si ferma, si volta di scatto e inizia a venire verso di me.

Cosa faccio adesso? Potrebbe avermi notato questa volta. Resto immobilizzato per alcuni secondi, prima che l’istinto mi induca a camminare in avanti.

Lui prosegue nella direzione opposta alla mia, con il suo sguardo fermo e impassibile. È a pochi metri da me. Forse dovrei fermarlo e fargli qualche domanda, potrebbe non ricapitarmi un’altra occasione del genere.

Lo fermo o non lo fermo? Gli parlo o non gli parlo?

È a pochi metri da me. Forse dovrei fermarlo e fargli qualche domanda, potrebbe non ricapitarmi un’altra occasione del genere.

Ludovic è ormai a un passo da me.

“Ludovic Jeremy? Sei tu, il calciatore?”

Ludovic continua a camminare impassibile, come se non avesse notato la mia esistenza.

Solo alcuni secondi dopo avermi superato, si ferma e si gira verso di me.

Mi guarda con aria curiosa e mi risponde: “Sì?”.

“Oh… emmm! Sono un tuo grande fan! Ti ho visto da lontano e ho cercato di venirti incontro perché desideravo fortemente un tuo autografo!”.

“Mmmmm ok, però non urlare troppo il mio nome qui, altrimenti mi accerchiano”.

Non sembra in vena di autografi. Mentre camminava, era molto sovrappensiero. Se non gli avessi parlato, per certo non mi avrebbe notato.

Tiro fuori la penna e il mio taccuino e glieli porgo.

Lui prende la penna e inizia a scrivere. Poi si ferma per un attimo.

“Tu vai sempre in giro con penna e taccuino?”.

Mi fulmina con lo sguardo. Io resto calmo e impassibile.

“No, ovviamente! Sono uno scrittore. Gli scrittori devono sempre avere carta e penna per prendere appunti o per tenere traccia delle ispirazioni del momento, soprattutto quando si è fuori di casa, all’aperto, in viaggio.”.

Ludovic riporta lo sguardo sul taccuino e fa il suo autografo senza battere ciglio.

Poi mi rivolge di nuovo lo sguardo, con aria interrogativa.

“Non sei un giornalista, vero? O un fotografo? O robe simili?”.

“No! Scrivo solo libri.”.

Ora è il momento di fare qualche altra domanda e provare a scoprire qualcosa di più. Devo inventarmi qualcosa, prima che se ne vada.

“Ludovic, io sono un tuo grande ammiratore. Sai, ho letto i giornali oggi. Dicono che potresti andar via da Londra. Che incontrerai Founard, il talent scout. È tutto vero quello che dicono? Te ne andrai da Londra?”.

“Non leggere i giornali, scrivono tante cazzate!”.

Dipende da quali giornalisti scrivono, vorrei rispondergli, ma non posso.

Ludovic sta già scappando via, senza lasciarmi il tempo di parlargli ancora.

Come immaginavo, non perderà neanche un minuto a parlare di altro.

Non voglio fermarlo, perché potrebbe insospettirsi e ho intenzione di seguirlo ancora, sperando di trovarlo in situazioni compromettenti.

Dopo qualche secondo, Ludovic si gira un’altra volta di scatto e urla: “Ehi!”.

Che cosa vorrà adesso?

“Non hai un accento londinese. Da dove vieni?”.

“Milano!”.

“Ah! Italiano.”.

Dopo queste ultime parole, Ludovic se ne va definitivamente.

Mi siedo un momento su una panchina lungo il sentiero, prima di tornare indietro.

Ormai è meglio non seguirlo più per un po’.

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