Brixton: l’Incontro

20 novembre 2016 Capitolo 1, Romanzo Commenti (0) 271

La luce del mattino penetra tra le tende della mia stanza.

Prima di addormentarmi, mi sono documentato sull’informatore finale: Roland Jeremy.

Sparsi sul letto ci sono ancora stralci di giornale e appunti vari.

Ho trovato informazioni interessanti anche sul web e sui social.

Non deve essere facile per lui dover portare sul groppone il pesante macigno del blasonato nome “Jeremy”.

Il paragone tra cugini con lo stesso cognome, che giocano nello stesso campionato è inevitabile.

Sia la stampa che i social sono impietosi: i titoli dei giornalisti e i commenti dei critici non devono essere affatto facili da “digerire”.

“Roland Jeremy segna un gol, ma in campo sembra una pallida ombra del cugino Ludovic.”.

“In campo c’erano due Jeremy, ma noi ne abbiamo visto solo uno: Ludovic!”.

“Siamo sicuri che Roland Jeremy sia davvero un Jeremy?”.

Immagino Roland molto arrabbiato e frustrato per l’ingombrante e opprimente presenza del cugino.

Potrebbe essere così arrabbiato, da voler rovinare la reputazione di suo cugino, alimentando degli scoop?

La domanda mi pare lecita, anche se forse sto correndo troppo con la mente, mentre Moretti e Bersson mi hanno chiesto di agire con massima cautela. Forse sono consapevoli anch’essi di questa possibile situazione.

Ci saranno enormi pressioni data la delicatezza del caso e non devo farmi trasportare subito dalla tensione…

Vado a farmi una doccia fresca per svuotare la mente dai pensieri e per prepararmi per l’incontro.

*****

Mi trovo in un quartiere periferico a Brixton, un sobborgo di Londra che non ho mai visitato prima.

Mi ricorda un po’ le zone residenziali di Dublino, piene di strette casette georgiane a schiera e piccoli pub.

È un quartiere popolare, che non ha niente a che vedere con le mega ville a cinque piani, piscine a vista e immensi giardini che mi aspettavo di vedere nella casa di un calciatore.

Nella traversa in cui sto aspettando non passa molta gente. Ogni tanto passa qualche automobile o qualche vecchio furgone.

Oltre al rumore del lieve traffico, si sente anche quello di alcune porte e persiane che sbattono o scricchiolano.

Sono passati almeno venti minuti da quando sono arrivato su questo marciapiede, guardandomi continuamente attorno. Spero che Bersson mi abbia dato l’indirizzo giusto.

Ad un certo punto, vedo qualcuno in lontananza correre verso di me.

È un ragazzino, che avrà poco più di dieci anni. Corre nella mia direzione, calciando un pallone. Sembra molto concentrato sulla sua palla, così concentrato che non sembra accorgersi di nient’altro che accada attorno a sé, compresa la mia presenza.

Mi scruta con attenzione, come stesse cercando di riconoscere qualcuno di familiare, che ha già visto. Poi i suoi occhi cambiano direzione e inizia a guardare verso qualcosa o qualcuno dietro di me.

Quando arriva a pochi metri di distanza da me, finalmente mi nota e si ferma per un attimo, lasciando scorrere la palla oltre i miei piedi.

Mi scruta con attenzione, come stesse cercando di riconoscere qualcuno di familiare, che ha già visto.

Poi i suoi occhi cambiano direzione e inizia a guardare verso qualcosa o qualcuno dietro di me.

Sento la palla smettere di rotolare e bloccarsi.

Mi giro di scatto per guardare chi c’è alle mie spalle e mi ritrovo a pochi passi da un omone imponente. Deve essere Roland Jeremy, semi coperto in volto da un grosso cappuccio e da un paio di occhiali da sole con lenti abbondantemente larghe.

“Marco Olivieri?”.

Annuisco con la testa. Allungo il braccio per stringergli la mano, ma lui resta completamente immobile e indifferente.

“Seguimi!”. Roland ripassa il pallone al ragazzino ed entra nel cortile di una delle abitazioni.

Seguo Roland, mentre il ragazzino resta a fissarci per alcuni secondi con la faccia confusa e la bocca aperta, prima di riprendere la sua corsa.

Roland apre il portone. Entriamo in un ampio stanzone d’ingresso, dove ci accolgono nubi di polvere e odori di muffa.

Maoooo! Una gatta bianca sbuca all’improvviso tra i nostri piedi, si struscia contro i miei pantaloni e poi balza fuori nel cortile. Ci osserva. Sembra impaurita.

Roland richiude il portone, che è nello stesso stato del resto della casa: malridotto e in stato di abbandono.

“Non potevamo parlare a casa mia, né farci notare in giro per Londra. Bersson ti avrà già avvertito che tutto quello che diremo e faremo necessiterà un’estrema cautela e discrezionalità. Nessuno dovrà sapere quello che sto per dirti, prima che venga pubblicato sulla stampa. Neanche i miei familiari dovranno sapere.”.

“Perché vuoi fare questa cosa?”.

“Che cosa?”.

“Perché vuoi mettere sul piatto di un giornalista un problema che riguarda la tua famiglia? Si dice che i panni sporchi si lavano in casa propria. Perché non affrontare e risolvere il problema direttamente in famiglia?”.

“Sei un giornalista o un moralista?”.

“Ho solo bisogno di capire la situazione per poter scrivere un articolo come si deve. Non mi hanno dato molto tempo e vorrei evitare inutili lungaggini. Voglio arrivare subito al sodo. Se devo scrivere un articolo fatto bene, ho bisogno della massima collaborazione e di conoscere nei dettagli tutto quello che c’è sotto questa storia…”.

“Bene… sei giovane, ma sembri sul pezzo!”.

“Non hai ancora risposto al mio perché…”.

Roland si toglie il cappuccio e gli occhiali da sole e avvicina il suo sguardo al mio con un gesto di stizza.

“Vuoi sapere perché?

Perché nella mia famiglia esiste un grande valore che è il rispetto, verso la famiglia e verso il prossimo. Rispetto significa trasparenza, rispetto significa lealtà, rispetto significa fedeltà. Chi manda a puttane tutto questo merita una punizione, una denuncia. Ma prima di mettere a repentaglio la reputazione e il nome della nostra famiglia, devo capire se è tutto vero quello che abbiamo scoperto. Per questo è molto, molto, molto importante agire con cautela.”.

Roland sembra sincero e molto arrabbiato, ma sarebbe strano se la sua rabbia dipendesse solo dalla mia domanda. Forse non è un periodo particolarmente buono per lui.

“D’accordo Roland. Facciamo così: ora mi siedo e ascolterò tutto quello che hai da dirmi. Le domande te le farò alla fine.”.

“Ottimo, vuoi una birra?”.

“Preferisco del vino se ne hai. Altrimenti acqua naturale fredda grazie.”.

“Ah già… sei italiano.”. Roland si incammina nella cucina, mentre mi accomodo in una sorta di soggiorno con un paio di vecchi divani impolverati.

Faccio un’altra domanda per provare a stemperare la tensione che noto in Roland: “Sei cresciuto in questo quartiere?”.

Non mi risponde. Gli ho promesso di fare le domande alla fine.

Qualche attimo dopo, arriva con una pinta di birra e con un calice di vino bianco tra le mani.

“La bottiglia l’ho appena aperta: è un semplice Pinot Grigio preso da uno store di queste parti. Non avevo altro in questa casa.”.

Lo ringrazio per il drink. Lui sorseggia un po’ di birra, poi guarda in basso pensieroso.

“Si! Siamo cresciuti proprio qui io e Ludovic. Siamo cresciuti nei tempi peggiori, quando qui si sparava all’ordine del giorno. Siamo cresciuti come fratelli. Ogni giorno, dopo scuola, passavamo ore e ore a furia di pallone, sudore, tagli e ferite per tutte le cadute che facevamo sull’asfalto o sulle pietre. Il campo da calcio decente più vicino era a diversi chilometri da qui. Ci andavamo tutte le domeniche: partivamo al mattino presto, saltavamo il pranzo e restavamo lì a giocare per ore. Poi spesso tornavamo alla sera tardi e prendevamo un sacco di botte perché i nostri famigliari erano molto preoccupati.”.

Si ferma per un attimo e sorseggia dell’altra birra. Sembra rilassarsi un po’ e diventare nostalgico parlando e bevendo la sua birra.

“A undici anni abbiamo iniziato a giocare nelle squadre giovanili della città, ma tutto cambiò quando un talent scout molto famoso da queste parti, Gary Rambaud, partecipò a una gara di beneficienza proprio per la nostra comunità. Io e Ludovic eravamo semplici spettatori, ma riuscimmo a farci notare, quasi per caso, quando Rambaud ci vide palleggiare insieme in un angolo appena fuori del campo da gioco.

Ci guardò per qualche minuto, poi ci prese in disparte e ci fece provare alcuni esercizi con il pallone. Noi lo prendevamo come un gioco, una sfida divertente, ma non avevamo capito che in realtà stavamo facendo il nostro primo vero provino.

Al termine degli esercizi eravamo esausti. Rambaud si rivolse direttamente a Ludovic e disse: <<Vieni con me a Londra, voglio farti partecipare a un altro provino per una squadra importante!>>.”.

Dopo aver pronunciato queste ultime parole, Roland sembra irrigidirsi e affaticare il respiro. Deglutisce e per un attimo sta in silenzio, poi ricomincia.

“Puoi immaginare il mio sconforto. Ludovic era al settimo cielo ovviamente e si girò verso di me per esultare insieme, ma si accorse subito che ero rimasto molto deluso, quasi in lacrime. Fino a quel momento, ci sentivamo come fratelli gemelli, uniti, uguali, indivisibili. Ma in quegli attimi iniziai a capire che non era così e che lui era più bravo di me, almeno con il pallone. Ero diverso da lui.

Anche Ludovic si spense all’improvviso e si voltò verso Rambaud, che non mi aveva degnato di uno sguardo, e gli disse: <<Può provare anche mio cugino? Vengo solo se può partecipare anche lui!>>.

Fino a quel momento, ci sentivamo come fratelli gemelli, uniti, uguali, indivisibili. Ma in quegli attimi iniziai a capire che non era così

Rambaud mi guardò con una smorfia, poi guardò di nuovo Jeremy e con aria poco convinta disse: <<Mmmh, ok! Potete venire entrambi, passo a prendervi io.>>.

Ovviamente Ludovic venne preso al primo provino, io venni scartato abbastanza rapidamente, ma ormai avevo già capito come sarebbe andata a finire.

Comunque sia, non mi sono mai arreso. Ho tentato diversi altri provini nei mesi successivi fino a che mi proposero di giocare nelle riserve di una squadra minore. Alla fine, però, col passare degli anni e col sudore sono riuscito a fare la mia carriera e a tirare fuori il meglio di me e di questo ne vado orgoglioso.

Il resto è storia. Lui è il Jeremy che tutti conoscono, quello che ha sfondato, mentre io sono quello che viene ricordato solo per essere il cugino di quel Jeremy che ha sfondato!

Questa è la vita, ma nonostante tutto ciò, per me Ludovic è sempre un fratello e così io lo sono per lui.

Raccontarti questo era doveroso per farti comprendere il mio legame con lui.

Il punto è quello che sta accadendo in questi giorni: mi fa molto male e mi fa molta rabbia! Ludovic non deve comportarsi così.”.

Roland si ferma un attimo, scola tutta la birra rimasta con un lungo sorso e poi tira un lungo sospiro.

Sembra ancora profondamente toccato dagli eventi che mi ha appena raccontato, soprattutto per l’intensità e i dettagli con cui me ne ha parlato.

Si alza e va a prendere una borsa poggiata su un grosso tavolo. La apre e tira fuori una foto, me la mostra e poi la lancia sul tavolino da caffè di fronte al divano dove sono seduto.

“Questa è una foto scattata mentre Ludovic è con una donna. Questa è un’altra foto di lui con la stessa donna, mentre se ne vanno via insieme, in auto.”.

Lancia anche l’altra foto sul tavolino. Le prendo e le osservo con attenzione.

Le foto sono abbastanza sfocate e lo zoom sui due soggetti è molto largo. Si riconosce a malapena Ludovic, mentre la donna è difficilmente riconoscibile, anche avendola già vista, perché coperta da un largo cappello e occhiali da sole.

Roland continua a parlarmi: “Ultimamente Adriana e Ludovic hanno avuto parecchi litigi, perché lei pensa che lui la tradisca e che abbia altre relazioni o un’amante. La donna nella foto potrebbe essere la sua amante.”. Sospira per un attimo, poi prosegue: “Lui è sposato con Adriana, da 6 anni!”.

“Potrebbe essere la sua amante? Mi sembra un po’ affrettata come deduzione. Qui vedo solamente un paio di foto in cui ci sono un uomo e una donna molto vicini, ma in cui non c’è nessuna prova che lasci pensare ad una relazione amorosa: niente baci, niente gesti affettuosi, niente di niente. E queste foto sono fatte male, non si vede bene il volto della donna. È un lavoro di pessima qualità! È di un investigatore privato? Hai fatto seguire tuo cugino?“.

“Si. L’ho fatto seguire! Ma c’è dell’altro…”. Rimette la mano nella borsa per tirare fuori una busta da lettera e lancia anch’essa sul tavolino.

“Questa è una lettera d’amore anonima indirizzata a Ludovic. È piena di frasi amorose e carinerie varie. Descrive anche di alcune scappatelle passate insieme! L’ho trovata giorni fa a casa sua! L’ho trovata per caso fortuito, ti rendi conto? Per fortuna che non è stata Adriana a trovarla per prima. Altrimenti sarebbe scoppiato un casino tremendo! Dobbiamo assolutamente scoprire chi sia questa donna e capire che cosa diavolo sta succedendo!”.

Prendo la busta in mano e guardo Roland: “Sicuro che non l’abbia scritta Adriana in persona?”.

“Leggi la lettera! La donna che l’ha scritta dice testuali parole che è bellissimo essere la sua amante, ma vorrebbe poter essere lei la moglie fortunata che può addormentarsi con lui ogni notte.”.

Apro la busta e do un’occhiata veloce alla lettera. È scritta a penna. La calligrafia è molto pulita e aggraziata. Mi ricorda quella dei miei compagni di scuola elementare: perfetta, senza sbavatura, ordinata, pulita. Solo la mia era già disordinata e illeggibile. Ci sono disegnati anche parecchi cuoricini rossi, sparsi qua e là ad ornamento della lettera. Sembra proprio un’autentica lettera d’amore, firmata come “la tua dolce amante”. Di sicuro Ludovic sarà l’unico a conoscere chi sia l’autrice.

Mentre esamino la lettera, Roland estrae dalla borsa un barattolino di vetro contenente alcune pillole ovali colorate e lo appoggia sul tavolino davanti a me.

“Queste dannatissime pillole erano sul comodino di Ludovic, le ho trovate una notte della settimana scorsa, quando lui è stato male e mi ha chiamato per soccorrerlo. Era in uno stato pessimo. Ho fatto finta di niente quella sera e non gli ho chiesto che cosa avesse combinato, né da dove provenissero queste pillole. Sono sicuro che mi avrebbe mentito. Ho pensato di prenderne alcune di nascosto per farle analizzare. I risultati mi hanno scioccato:  dopamina, antidepressivi e varie sostanze stupefacenti. Cosa se ne fa di tutta questa roba? Proprio non capisco perché sta facendo questo. Lui ha talento, soldi, amore: ha tutto quanto nella vita. Non ha bisogno di questa robaccia!”.

“Credi che Ludovic si sia drogato quella sera?”.

“Era fuori di sé e quelle pillole erano sparse ovunque. Tu che cosa avresti pensato?

Il mattino dopo non ricordava niente. Io speravo che venisse da me e che mi dicesse qualcosa. Si è sempre confidato con me in passato. Io non ho voluto chiedergli niente, perché non volevo si accorgesse delle pillole che gli ho sottratto. Non voglio perdere la sua fiducia, altrimenti per me sarebbe difficile anche aiutarlo.”.

“Non si ricordava niente… oppure fingeva di non ricordare niente! Da quella notta, hai più visto altre pillole simili in giro?”.

“No. Forse si è accorto del casino che ha fatto e ha buttato tutto o ha ripulito.

Io so solo un’altra cosa che mi ha confessato quella notte, mentre stava male ed era fuori di sé.

Mi ha detto che sta pensando di andarsene via per un po’. Ora non so se stava delirando per l’effetto delle pillole oppure diceva sul serio, ma continuava a ripeterlo.

Forse vuole mollare tutto e scappare via da Londra, dalla famiglia, dal lavoro, da tutti, senza affrontare i problemi di petto, insieme come abbiamo sempre fatto. Forse ha preso quelle pillole per disperazione, forse sta andando in depressione, forse non sa che pesci prendere.

Non lo so più neanch’io cosa fare in tutto questo casino! Per questo ho chiesto aiuto in una persona esterna e fidata. Non conosco da molto Bersson, ma è uno dei pochi che sa ascoltare e mi ha dato sicurezza, sembra affidabile. E io ho bisogno di questo tipo di persone per capire che diavolo sta succedendo e cosa sta combinando Ludovic, prima che lo scoprano i media e prima che qualche scoop finisca fuori controllo e distrugga la reputazione di tutti noi.”.

Mi alzo dal divano e mi aggiusto il collo della camicia, mentre rifletto su tutta la situazione.

“Hai detto che Ludovic è un fratello per te, ma stai per metterlo tu stesso alla gogna pubblica: ti rendi conto di quello che potrebbe succedergli? Hai detto che vuoi scoprire cosa sta succedendo prima di farlo sapere a tutto il mondo, ma lo hai appena spiattellato in faccia a un giornalista che neanche conosci. Potrei essere uno di quegli sciacalli che se ne fregano altamente di tutto e di tutti, uno di quelli pronti a gettare fango sugli altri gratuitamente, pur di tirare qualche soldo e un po’ di fama! Sareste già tutti a rischio di sputtanamento globale!”.

“Tu non sputtanerai un bel niente e nessuno! Abbiamo un accordo con la tua redazione. 48 ore di tempo prima di far uscire l’articolo e prima che venga pubblicato dovrò essere informato su tutto quello che scoprirai. E abbiamo anche accordato una clausola per cui posso rifiutare la pubblicazione pagandovi per bene. In ogni caso, avrò il diritto di fare delle modifiche sull’articolo pubblicato per tutelare la nostra famiglia.

Vedi, quando sei così famoso, è meglio far venir fuori la notizia in modo preventivo, facendola uscire dall’interno, piuttosto che aspettare che la notizia esca da sola e che se ne perda il controllo, lasciandola in pasto agli sciacalli di cui parli e finendo per essere colto di sorpresa e impreparato ad affrontare una vera e propria gogna mediatica, come dici tu.”.

Le parole di Roland non mi stanno piacendo affatto. “Aspetta un attimo! Mi stai dicendo che hai intenzione di far pubblicare uno scoop telecomandato? Vorresti che io scriva un articolo pilotato? Mi stai chiedendo di scoprire la verità, ma di dover trattare con te quello che dovrà venir fuori su questa storia? Te lo dico da subito, io non sono la marionetta di nessuno e non amo questo tipo di giochetti…”.

“Posso fare il numero di Bersson e chiedere di farti sostituire in una manciata di secondi. Sono sicuro che non vuoi dire addio alla tua carriera!”. Negli occhi di Roland è tornata una “scintilla” rabbiosa.

“È una minaccia? Che razza di sporco gioco è questo?”.

“Ti sto solo dicendo di indagare con molta cautela e di dirmi tutto quello che scoprirai prima di fare qualsiasi mossa azzardata! Tutto qui! Non metterti a fare l’eroe di turno, perché qui ci sono di mezzo delle persone che hanno una visibilità a livello mondiale. Capisci perché prendo le mie precauzioni?”.

Restiamo in silenzio per qualche secondo.

Prendo di nuovo in mano le foto e la lettera che Roland mi ha mostrato.

“Portale con te.” mi dice.

Ad un tratto, dal corridoio dietro Roland si sente qualcosa muoversi.

Lentamente, una figura viene fuori dalla penombra del corridoio. È la figura di una donna che si avvicina con un portamento deciso e sicuro.

Roland avverte la presenza dietro di lui e si volta a guardarla. È una donna bellissima, mora di capelli e di occhi, alta e dai lineamenti e dalle forme mediterranei. Le assomiglia, ma direi che non è Adriana Moore.

Lentamente, una figura viene fuori dalla penombra del corridoio. È la figura di una donna che si avvicina con un portamento deciso e sicuro.

Si accosta al fianco di Roland, poggiandogli il braccio sulla spalla. Ora vedo bene i suoi occhi. Sono scuri, profondi, molto grandi. Mi colpisce il suo sguardo arcigno, come quello di un’avvocatessa incazzata nel bel mezzo della sua arringa, che mi rivolge con molta intensità.

Indossa un tubino nero, molto aderente, leggermente scollato. Se Roland sembra vestito da rapper di strada, lei sembra pronta per una cena di gala.

“Syria. Ti avevo detto di non venire qui!”.

Syria mi fissa negli occhi con il suo sguardo ipnotico, mentre massaggia la spalla di Roland per tranquillizzarlo.

“Chi ho il piacere di conoscere?”, chiedo.

“Syria Moore. Molto piacere!”. Le stringo la mano. È una delle mani più fredde ed energiche che abbia mai stretto ad una donna. “Piacere mio, Marco Olivieri.”.

“Siamo molto preoccupati per questa storia e vogliamo sapere la verità su cosa sta succedendo, prima che qualcun altro ci possa ficcare il naso.”.

“Certamente. Sei la sorella di Adriana giusto? Allora la somiglianza che ho visto non era solo un’impressione.”.

Syria fa una smorfia quando le parlo della somiglianza e poi annuisce.

Roland interrompe le presentazioni: “Ok, adesso basta chiacchiere. Dobbiamo agire in fretta. Non abbiamo molto tempo. Lui potrebbe anche partire e andarsene via all’improvviso. Ovviamente non possiamo pedinarlo noi. Devi seguirlo tu.”.

“Ok, se è pronto a fuggire devo essere pronto a tutto: mi serve un’automobile. Dove posso noleggiarne una da queste parti?”.

“Abbiamo provveduto a noleggiare un auto per te: ti aspetta qui fuori.”.

“Sul serio? Fantastico! Le chiavi?”.

“Le chiavi le ha l’autista, che ti aspetta qui fuori insieme all’auto. Non dovrai preoccuparti di guidare. Così potrai scrivere o fare quello che devi fare. Poi abbiamo pensato che sei italiano e per te deve essere una rogna la guida dall’altro lato. E non vorrei neanche dover pagare le eventuali costose riparazioni di un’Aston Martin V 12 Vantage S. Quella sarebbe un’altra bella rogna. Per noi!”.

“Scusa! Hai detto un’Aston Martin V 12 Vantage S?”.

Sembra di sentire per un attimo il brivido di una vera star della città e di quel mondo parallelo fatto di potere, soldi, lusso sfrenato, che ti fa dimenticare per un attimo che il mondo da cui provieni

Dopo essere stato stregato dallo sguardo gelido e affascinante di Syria, ora è la vista di una fiammante Aston Martin gialla a lasciarmi a bocca aperta.

Per loro deve essere una spesa da poco, mentre a me sembra di sentire per un attimo il brivido di una vera star della città e di quel mondo parallelo fatto di potere, soldi, lusso sfrenato, che ti fa dimenticare per un attimo che il mondo da cui provieni è quello in cui i piedi non si staccano mai da terra.

Joe, l’autista, mi apre la portiera passeggero. Lui assomiglia a un bodyguard elegantemente vestito.

Mi accomodo sul sedile posteriore e mi allaccio la cintura.

Roland si avvicina a Joe indicandogli un indirizzo, poi si affaccia al mio finestrino per salutarmi.

“Ti mando all’Hilton Hotel in Mayfair, Jeremy sta pernottando in una suite da un paio di giorni, da quando ha avuto l’ultima brutta litigata con Adriana.”

“L’Hilton Hotel di Mayfair? È un 5 stelle, ho già un prenotato un motel! Voi siete matti, non posso permettermi un’altra camera all’Hilton! E quest’auto. Il mio capo mi ammazzerà!”.

“Ho fatto già prenotare una camera per te. Sarà tutto a nostre spese. Preoccupati del tuo lavoro.”.

“Non avrai prenotato una suite?”.

“Hey, non esageriamo bello! È una camera normale, ma fidati: ti piacerà!”.

“Mi avete chiesto di agire con cautela e di non farmi notare troppo… Non credi che quest’auto faccia al contrario?”.

“Ludovic gira con una Lamborghini: se vuoi stargli dietro hai bisogno di un buon mezzo. Questa era quella a disposizione. Londra è una metropoli, ci sono automobili di lusso ovunque. Restate a debita distanza e non vi noterà nessuno.

Ora vai. Segui Ludovic e portaci qualche notizia. Ci sentiamo domattina, questo è il mio numero.”.

Prendo il numero di Roland. Lui si volta e sta per andar via, ma voglio fargli un’ultima domanda.

“Roland!

Un’ultima cosa: tu e Syria, che rapporto avete?”.

Roland alza le sopracciglia, sorpreso dalla mia domanda.

“È importante questo? Syria è un’amica!”.

Lo saluto e do il via libera a Joe.

Mette in moto. Si parte.

“Joe, dobbiamo passare a prendere la valigia che ho lasciato nell’altro albergo.”.

“Va bene, Mister Olivieri.”.

Il rombo del motore dell’Aston Martin mi fa venire la pelle d’oca.

“È molto veloce?”.

Joe si volta verso di me, mi guarda e mi indica di stringere la cintura.

Qualche istante dopo schiaccia l’acceleratore con decisione.

Mi ritrovo letteralmente compresso contro il sedile, mentre con la mano mi tengo stretto alla maniglia.

Dal finestrino vedo case, alberi, auto parcheggiate e persone scorrere veloci una dopo l’altra a tutta velocità, fino a quando arriviamo alla prima curva e con una sterzata degna di un pilota di rally Joe evita di colpire per una manciata di centimetri un furgone fermo sul ciglio della strada, tra l’incredulità di alcuni passanti della zona non abituati a certi spettacoli. Il cuore mi batte a mille.

Joe ride di gusto, controllando la mia espressione dallo specchietto retrovisore. Deve aver notato il mio sguardo preoccupato. “Hahaha! Si calmi signor Olivieri. Volevo solo darle un assaggio di questa splendida auto. Non deve preoccuparsi, l’agenzia di noleggio prende solo piloti esperti di auto sportive per guidare queste bellezze.”.

“Wow! Strafico! Però, Joe direi che siccome non mi pagano per fare lo stuntman e non vorrei schiattare in questo modo brutale, devi guidare in modo più tranquillo d’ora in poi, anche perché ho bisogno di passare inosservato!”.

“Agli ordini! Non si preoccupi!”, sorride e imita il saluto militare.

In pochi minuti siamo fuori da Brixton e sfrecciamo nel traffico delle strade londinesi, direzione Mayfair.

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Foto da Flickr.com: Brixton | duncan c – Licenza: CC BY-NC 2.0